mercoledì 28 maggio 2008

La sinistra non è morta

Intanto ben trovati. Mi fa piacere rivedervi numerosi ad affrontare questa discussione impegnativa. Credo che abbiamo innanzitutto il dovere di far arrivare un messaggio di fiducia, di impegno, di combattimento. Questa è una situazione difficile, molto difficile, ma non esistono mai situazioni talmente difficili che precludano l’azione, nelle quali non ci sia niente da fare. C’è sempre qualcosa da fare. Le cose appropriate da fare vanno naturalmente cercate insieme. Partendo da una constatazione: il risultato elettorale è noto ma la Sinistra in Italia non è morta.
Anche se vedo che ci sono numerose e quotidiane dichiarazione di morte presunta su tutti i mezzi di comunicazione. La Sinistra esiste nella società, nella cultura, nei valori di cui è permeato il Paese, cui si ispirano milioni di uomini e di donne . Inoltre, è apparso anche in campagna elettorale, Sinistra Democratica, il nostro Movimento, è un movimento vivo, che ha visto impegnate tante forze, che ha tanti quadri di assoluto valore e, soprattutto, nella nuova situazione ha una funzione da svolgere. Non credo affatto che si debba dichiarare chiusa una esperienza. Credo esattamente il contrario. Naturalmente bisogna innanzitutto guardare in faccia la realtà perché se si prescinde da questo non si trovano strade. Inutile indorare la pillola, la sconfitta è cocente, durissima. La durezza di questa sconfitta credo che si vada percependo mano a mano che passano i giorni e che si comincia a realizzare quello che davvero è successo. Ho l’impressione che all’inizio non si sia ben messo a fuoco il significato profondo dell’evento di queste elezioni 2008. Io direi intanto questo. Si chiude (provvisoriamente: le fasi si chiudono sempre “provvisoriamente”, poi se ne aprono altre…) la fase aperta 15 anni fa, nel 92-94, gli anni che seguono la caduta del muro di Berlino, gli anni di tangentopoli, gli anni che videro il superamento o la scomparsa dei grandi partiti costituenti, quelli che avevano animato l’antifascismo, la Resistenza e costruito la Repubblica democratica. Allora, in una situazione assai più fluida sul piano politico, si è cominciata a giocare una lunga partita tra centro sinistra e centro destra con al centro ( anche qui quando apparve sembrava un fenomeno bizzarro destinato a transitare rapidamente, così come la forza politica da lui messa in piedi, una costruzione di plastica destinata a sciogliersi con i primi soli, si pensava), una lunga partita –dicevo- con al centro Silvio Berlusconi. Questa interminabile partita – 15 anni, il fascismo ne è durato 20 – è stata condotta in una situazione di sostanziale prolungato equilibrio. Nel 94 Berlusconi prevale sul fronte progressista, due anni di governo e arriva la rottura tra Forza Italia e Lega. Nel 1996 Ulivo con desistenza Rifondazione, Fi e Lega separate, vince l’Ulivo. 98 rottura di Bertinotti, cade il primo governo Prodi, D’Alema 1, D’Alema 2, Giuliano Amato. Elezioni 2001, che sembravano disperatamente perse, candidatura Rutelli, divisione fra Ulivo e Rifondazione e 1,7 di distanza dal Cavaliere che le vince (allora ci fu davvero il recupero, non ora). Berlusconi dura 5 anni, e tuttavia il governo di centrodestra è costretto ad un frenetico ricambio di ministri, praticamente tutti i ministri fondamentali vengono cambiati per strada. Elezioni 2006, previsione di successo straordinario per il centrosinistra, la novità dell’alleanza politico-programmatica tra l’Ulivo e Rifondazione comunista: 24 mila voti, 0,1 di differenza alla Camera, due seggi di maggioranze e 300 mila voti sotto al Senato. Dal 2001 al 2006 succede qualcosa nella maggiore forza del centrosinistra, che spinse molti di noi, me compreso, ad un nuovo asse con la sinistra interna Ds: con la segreteria Fassino si compì una svolta blairiana del maggior partito della sinistra italiana, che si collocò così alla destra del socialismo europeo. Quando si arriva alle elezioni del 2006 l’ipotesi del partito democratico, è bene ricordare, è già in campo (in numerose versioni, a partire da quella bizzarra di D’Alema del 18 agosto dell’anno precedente: “il partito di Prodi”). Per un soffio si forma con l’Unione il Prodi 2. In quelle elezioni tuttavia vennero gettati i semi del disastro. All’indomani bisognava dire comunque che erano state vinte, perché “sempre allegri bisogna stare perché piangere fa male al re…”. Poi vedo che, con il passare degli anni, oggi si dice chiaramente che quelle elezioni non furono vinte. Lo ha detto per primo il Presidente della Repubblica: “elezioni pareggiate”, e poi la scorsa settimana lo stesso Veltroni: “Nel 2006 non abbiamo vinto le elezioni”. Si forma dunque un governo che si regge su una maggioranza sul filo del rasoio. 15 anni sulla bilancia, un punto di qua, uno di là, l’equilibrio non si rompe. L’Italia è esattamente divisa in due campi che si equivalgono. Ma nel 2008 l’equilibrio si rompe, eccome, e la posta la vincono Berlusconi e il centrodestra. Il Parlamento che esce dalle elezioni dell’aprile di quest’anno è un parlamento di destra e clericale come non si è mai visto in Italia, che non ha eguali in nessun paese democratico europeo. L’equilibrio si rompe e l’Italia si trova di nuovo collocata in una casella che dal 48 in poi non era stata più occupata. Solo nel 48, appunto, forse c’era stata tanta distanza tra vincitori e vinti. La destra conquista vasti consensi popolari. Vasti, nei ceti urbani e delle periferie, nella piccola borghesia e nei più poveri. D'altronde non dovrebbe essere per noi una sorpresa, è bene che non facciamo cadere dalla memoria tutto quello che abbiamo imparato nel ‘900. Non voglio fare paragoni impropri, siamo nella Unione europea e il quadro europeo è più solido e rassicurante di quanto non fosse quello dei primi del 900, tuttavia voglio ricordare sul fascismo che, mentre molti ne studiavano il puro carattere autoritario, alcuni dei nostri maggiori maestri andavano a cercare, invece, qualcosa d’altro, i lineamenti del “regime autoritario di massa”. Non solo il tratto di violenza, quindi, ma il tratto di consenso, e di consenso popolare. La situazione che si è creata è dominata da fenomeni plebiscitari, populistici, di estrema personalizzazione della politica (inestricabilmente connessa al medium televisivo). Non dovremo perciò essere sorpresi se a questi elementi di vertice corrisponde un vasto consenso popolare di massa. Situazione molto pesante. Si legge, ad esempio, in un recente editoriale di La Repubblica, la voce di uno dei gruppi che più ha spinto i Ds verso il Pd e ora ne compiange con compunzione l’insuccesso clamoroso, la sintesi di queste elezioni: “La Lega al Nord, Lombardo al Sud, An a Roma, Berlusconi in Italia” (Ezio Mauro). Un capolavoro! Naturalmente questi commentatori non si pongono il tema delle loro responsabilità, avendo profondamente condizionato le scelte dei gruppi dirigenti. Ora, molta gente “di sinistra”, che si autodefinisce tale, si è indubbiamente riconosciuta nel Pd. Sarebbe infantile negare questo dato di realtà. Ma il punto politico è che l’avvento del Partito Democratico porta a compimento la crisi della sinistra italiana e provoca, con la rottura a sinistra operata per deliberata scelta politica, la dissoluzione dell’alleanza di centrosinistra. La fine dell’Unione. Dell’originario progetto dell’Ulivo non resta nulla. Questo è il dato. Se si guardano le cose dal punto di vista della coalizione di centrodestra, dominata dalla figura di Berlusconi, vediamo invece un chiaro successo politico: il Centrosinistra perde 7 punti in 20 mesi, il blocco intorno al Pd resta quasi 10 punti sotto il blocco intorno al Pdl! Un chiaro successo politico. Ma ciò che è successo è anche la manifestazione di qualcosa più di fondo: un vero e proprio sfondamento culturale. Giorni fa è comparsa sul nostro sito una lettera di una famiglia a l’Unità, che quel giornale non ha pubblicato,nella quale si confessava che, dopo lunga sofferenza, avevano dato il “ voto utile”. Queste persone scrivono una cosa molto importante: “La destra ha vinto in valori, modelli e stili di vita, ha svolto una funzione egemonica sulla cultura, non quella elitaria, ma quella diffusa, popolare; ha creato senso comune”. Non so se è una famiglia che ha letto Gramsci, ma scrive esattamente le cose che si leggono nei Quaderni. La sconfitta politica di quest’anno comincia con una abdicazione culturale. Anzi per dirla con una frase di un bell’articolo di Giancarlo Borsetti, uscito qualche giorno fa su La Repubblica con il titolo“Perché il popolo vota a destra”, comincia con un “collasso ideologico della sinistra”. Agenda e priorità vengono da destra: tasse e sicurezza, sicurezza e tasse. Anche gli operai si sono convinti che se i loro salari sono bassi non , come è del tutto evidente dai dati di lungo periodo sulla distribuzione del reddito, perché in 25 anni 8 punti di Pil passano dai salari ai profitti e alle rendite, ma perché lo Stato mette troppe tasse. È lo stesso punto di vista del loro padrone. La parte fondamentale del centro sinistra si è messa all’inseguimento di una lepre ideologica per altro irraggiungibile. Erano ancora calde le urne che già uscivano le proposte sul “partito del Nord”, venivano sdoganate le ronde, a partire da Bologna (c’è voluta l’Udc per dire no alla ronde a Bologna). I manganelli alle polizie municipali, e il sindaco Pd di Salerno che va anche lui con il manganello insieme ai vigili a cacciare le prostitute. Prima i lavavetri, poi i mendicanti orizzontali invece che verticali a Firenze, infine persino un accordo tra il Comune e i frati francescano, con il sostegno dell’opposizione, per proibire ai mendicanti di Assisi di stazionare davanti alle chiese. Viviamo in una società che produce a getto continuo poveri, ma non sopporta di averli davanti agli occhi.. Sembra una storia molto antica in forme nuove. Avete presente l’Inghilterra della fine del ‘700? La Camera dei Lords approvò la famosa Legge delle enclosures, delle “chiusure”. Prima di allora una parte grande dei terreni erano commons, beni comuni dove lavoravano i contadini. Le terre vennero chiuse, e questo trasformò alcune centinaia di migliaia di contadini in operai delle nascenti industrie, altre centinaia di migliaia in vagabondi. Non c’erano semafori all’epoca, tuttavia i crocicchi delle strade si riempirono di una varia umanità di straccioni, un po’ più sporchi e un po’ più maleducati dei lords . Ovviamente i lords fecero leggi contro i vagabondi, nelle quali si stabiliva che al primo arresto del vagabondo c’era la galera, al secondo l’impiccagione sul posto. Si creò in pochi anni un certo ordine nelle strade… Ed è straordinario il fatto che, naturalmente in una società e in mondo che è effettivamente gremito di pericoli e di insicurezze, che non sono semplicemente una falsa percezione, ma un dato fisico che si tocca quotidianamente nella vita della gente, tuttavia è straordinario il fatto che non venga percepito come un pericolo il fatto che il neo premier definisca “ “eroe” un mafioso condannato per tre omicidi, avendo il tizio taciuto il nome suo e quello di Dell’Utri al processo. Tempo fa mi ero permesso di dire che effettivamente c’è la lotta di classe, quella dei ricchi contro i poveri. Ricevetti una serie di insulti. Giorni fa sulle pagine di un grande quotidiano è stato pubblicato un articolo che diceva: “c’è stata e c’è una guerra di classe dei ricchi contro i poveri, e l’hanno vinta i ricchi”. Il dato dei valori relativi di salari, profitti e rendite è incontrovertibile. Poi, per sigillare questa vittoria è stata con successo scatenata una guerra dei poveri tra di loro: la minaccia non viene dall’ alto, si nasconde dietro la porta della casa accanto… È evidente che per contrastare queste visioni immediate, per restituire una coscienza del perché si vive male e insicuri ci vuole una teoria, una interpretazione, e ci vogliono soggetti che ne sono portatori, che la trasformano in idee di massa.
La paura è uno dei tratti delle società contemporanee. E’ uscito un libro che da molte settimana è ai vertici delle classifiche, del neo ministro dell’economia Tremonti: “La paura e la speranza”. E’ un libro sulla “globalizzazione”. C’è chi dice che tutta la storia umana è storia di globalizzazione, ma quando ora se ne parla, ci si riferisce alla potente accelerazione degli ultimi 25 anni. I motori di questo fenomeno sono stati capitale finanziario e destra economica. L’esaltazione di questo processo è stata equamente bipartisan, con rilevanti eccezioni di parte socialista. La più rilevante eccezioni è il tentativo del 2000, connesso al Piano Delors e agli accordi di Lisbona. Io ricordo che in vista della Conferenza di Lisbona, dove si provò a porre su basi diverse, almeno in Europa, la globalizzazione, con l’obiettivo per esempio di alzare i tassi di occupazione e di introdurre elementi qualitativi dello sviluppo (formazione, innovazione, ricerca, ecc), arrivò nella capitale portoghese la lettera di 2 premier, uno quello inglese Blair, l’altro quello italiano D’Alema, che criticavano esattamente quel piano per il suo difetto nell’affrontare in termini “moderni” il tema del mercato e della flessibilità. I Ds, come ricordavo un attimo fa, scelsero Blair. Oggi siamo davanti ad una serie di eventi di portata planetaria e di enorme peso. Continua una lotta egemonica delle grandi potenze asiatiche in rapporto con le grandi potenze occidentali. Continua ad alzarsi la temperatura del conflitto nel Medio Oriente – ciò che succede in Libano in questi giorni lancia un altro segnale d’allarme. Si estendono le grandi migrazioni di massa. . Dilagano gli scempi economici: prendete questa storia questa storia straordinaria dei mutui subprime americani. Le banche hanno finanziato la bolla immobiliare guadagnando sulla crescita artificiale del valore degli immobili, anzi producendo artificialmente una domanda esagerata; poi hanno finanziato i consumi quotidiani dei consumatori americani concedendo prestiti ipotecari sulle case che aumentano di prezzo, infine hanno scaricato il rischio sul resto del mondo con i derivati. Al confronto una rapina in banca è roba da educande. E ancora, siamo in presenza del rischio di milioni di morti per fame per l’enorme innalzamento del prezzo dei cereali, aumento iperbolico dei prezzi che provoca, invece, enormi guadagni per quei paesi che producono generi alimentari, l’Europa e il Nord America. Il petrolio ieri era a 126 dollari al barile. Food and energy : i fondamenti della vita e della civiltà umana sono radicalmente scossi. Tutti questi dati ci parlano di condizioni di ingovernabilità , o di difficile governabilità del mondo, di contraddizioni potenzialmente esplosive, e fanno crescere la percezioni di insicurezza e di minaccia che grava su tutti e su ciascuno. La paura. Queste cose, per la verità, qualche anno fa sono state viste da sinistra. Le ha viste un formidabile movimento che si è sviluppata ancora all’inizio di questo decennio in tutto il mondo. L’Italia ne è stata una delle capitali. Un movimento altermondialista e pacifista, talmente grande che è stato chiamato che è stato chiamato “la seconda potenza mondiale”. La sinistra politica non è riuscita a stabilizzare le idee che da lì venivano in senso comune. a dargli rappresentanza politica. In questo vuoto ha fatto irruzione la destra politica, che si è mostrata capace di sfruttare a valle quei fattori di paura e insicurezza di cui è a monte è la prima responsabile. Ora va per la maggiore questo libro di Tremonti, che è un caso straordinario. Leggendo le prime decine di pagine si può avere la sensazione di essere a Seattle o a Porto Alegre o a Genova nel 2001. Poi il libro prende una diversa curvatura, quando si scopre che la colpa del “ “mercatismo” è dell’illuminismo e del comunismo, della rivoluzione francese e di Marx, e che quindi la soluzione va trovata esattamente nel pensiero anti illuminista, anti razionalista, anti socialista che nell’800 ebbe grandi esempi. La soluzione? Popolo, territorio, etnos, religione. Attenzione perché tutte queste cose hanno delle immediate ricadute politiche. Prendiamo il tema del conflitto. In campagna elettorale è stato declinato da Bertinotti in termini di “lotta di classe”, con l’uso di linguaggi un po’ desueti. Ma il tema del conflitto non è solo marxista, è del pensiero liberal-democratico americano: la società democratica si regge su conflitti, ed è sui confini dei conflitti che si definiscono identità sociali. In campagna elettorale il Pd ha elaborato una sua teoria dell’armonia: l’operaio e l’imprenditore sono entrambi lavoratori, fine del conflitto. Il punto è che o le identità si possono definire sul terreno sociale ed economico, oppure si definiscono su quello etnico, razziale e religioso: “io bianco tu nero, io lombardo tu siciliano, io cristiano tu musulmano”. Ed è esattamente quello che è successo. Nel vacuum di idee forti della sinistra, la destra ha fatto irruzione. E ora vince, sulle idee prima di tutto, non solo sulla rappresentazione immediata degli interessi. Tutta questa campagna che è stata fatta ed ha portato ad abdicare sostanzialmente, con quale vantaggio per l’unico partito importante del centrosinistra restato in Parlamento del centro sinistra, il Pd? Mi sono venute in mente dopo il risultato elettorale “ le tre leggi della stupidità” di Carlo Maria Cipolla, che stabiliscono la differenza tra il cattivo, il buono e lo stupido: il cattivo è quello che facendo del male all’altro fa del bene a se stesso; il buono è colui che facendo del bene all’altro fa del bene a se stesso; lo stupido è colui che facendo del male all’altro fa del male anche a se stesso . Dunque. Il Partito Democratico conquista il 33 per cento, percentuale dovuta essenzialmente alla riduzione di votanti, perchè in voti assoluti, con i radicali dentro, prende solo 100mila voti in più rispetto all’Ulivo del 2006. Fa il pieno a sinistra, e ha una autentica emorragia al centro e a destra. La stessa strategia del “da soli” , orgogliosa dichiarazione d’ouverture, non è affatto veritiera, e le confuse e discriminatorie alleanze elettorali stanno producendo numerosi effetti collaterali: i radicali tendono e tenderanno sempre più a giocare, loro sì, da soli; Di Pietro ha già preso ovviamente il largo. Il Pd, nato per operare uno sfondamento al centro, si trova sostanzialmente isolato. Ha giocato la carta americana, ma è ora nelle condizioni in cui per lungo tempo si è trovato il Pci (senza però del Pci avere né radicamento sociale, nè prestigio, nè forza intellettuale, né, naturalmente l’ Unione Sovietica e il movimento comunista internazionale alle spalle, presenza ingombrante ma di un certo pesa, allora). Nessuno per altro ha sufficientemente notato che, se si guardano i voti nelle circoscrizioni regionali del Senato, il centrosinistra è andato sotto in Piemonte, Liguria, Friuli, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, e Sardegna: regioni conquistate in lunghi anni. Sopra solo in Umbria, Marche, Toscana ed Emilia: esattamente come nel 1948. Si sono perse tutte le postazioni conquistate in decenni, un bel capolavoro… Qualcuno per la verità sembra accorgersene, ed è importante la discussione che si è aperta dentro quel partito. Io sono per prendere sempre sul serio D’Alema, ma a piccole dosi. D’Alema ha sollevato due questioni. La prima quando ha detto che il Pd non è autosufficiente: grazie, ma questo è autoevidente (in verità lui ce l’ha con la “teoria” dell’autosufficienza, e quindi la sua polemica ha un bersaglio chiaro). Tanto più che alle prossime elezioni, sia quelle europee che quelle amministrative, il voto utile non ci sarà più, e sarà più probabile perder voti che aumentarli. Restando al tema della autosufficienza, comincerei a cercare, e a trovare rapidamente -e questo lo dico a tutti i nostri amici e compagni della sinistra- le forme efficaci per scoraggiare comunque l’idea che la politica delle alleanze funzioni solo per le amministrative e non per le politiche. Affermando tanto più come assolutamente non perseguibile l’idea che alle amministrative il Pd possa scegliere alleanze à la carte: dove conviene con la sinistra, dove non conviene con l’Udc etc. O c’è una offerta politica solida per le amministrative, o niente. Se non si mette in campo una nostra proposta che abbia una sua efficace forza, temo che non si otterrà nulla. D’Alema però dice un’altra cosa, più importante della prima. Voi avrete notato che dopo le elezioni del 2006 Berlusconi mise i cannoni ad alzo zero e fece una campagna persino sulla legittimità del voto (i brogli), dunque del neocostituito Parlamento e dunque del governo. E così rianimò immediatamente le sue truppe. Oggi c’è stato questo risultato, naturalmente molto più abbondante di allora per i vincitori, ed è tutto un fiorire di simpatie, di dialogo, di offerte di collaborazione. Sembra il mondo di Heidi: 2Ti sorridono i monti, le caprette ti fanno ciao”…. Schifani, Fini, Berlusconi dicono: “questa sarà una legislatura costituente”, e dall’altra parte si conviene immediatamente. Prima di dire di sì bisognerebbe ovviamente andare a vedere le carte, come e dove si vuol cambiare la Costituzione. È stata accettata la posta al buio. D’Alema, che è l’uomo della bicamerale, ha detto: fermi, prima vediamo le carte. Questa seconda parte la trovo più interessante. Certo, viene da chiedersi una cosa amara: ma in questa legislatura, ci sarà una opposizione parlamentare che prepari la rivincita del Centrosinistra? Naturalmente la cosa non ci riguarda direttamente, dal punto di vista parlamentare, ma ci riguarda eccome per la pressione che possiamo fare perché certe istanze vengano comunque rappresentate. A noi spetta un altro tipo di opposizione, che dovrà essere più nella società e nell’opinione pubblica. Che la sinistra non sia rappresentata in Parlamento è un dato di enorme gravità, un risultato schock. L’esito della lista La Sinistra- L’Arcobaleno è stato catastrofico: il 3 per cento, poco più di un quarto dei voti presi dalle forze che si presentarono nel 2006, quindi al netto di Sinistra Democratica. Ora, per quel che valgono, sono uscite molte analisi di flusso che mostrano dove sono finite queste masse di voti mancanti. Un quarto nell’astensionismo:, probabilmente sono voti di protesta nei confronti del governo uscente o voti identitari,; un quarto verso la Lega o il Pdl (a riprova anche del carattere ormai fluttuante di tutti gli elettorati). Il punto vero, però, è che quasi la metà di quei voti sono finiti al Pd, al “voto utile” (nella fase finale anche estorto in maniera truffaldina, quando si è proclamata una differenza minima tra i due schieramenti che non è mai stata segnalata da nessun sondaggio ). Però non basta questa spiegazione: il voto utile ha certamente pesato, ma ha potuto avere questa forza perché una parte grande del voto della sinistra è diventato anch’esso orientato al governo, non all’opposizione. La svolta del 2006, con l’entrata a pieno titolo di Rifondazione nella coalizione, ha inciso profondamente nell’elettorato si sinistra. Tornare semplicemente indietro da lì non è più possibile per nessuno, è una illusione. Noi siamo arrivati tardi con questa lista. Si è aperta la crisi di governo in una situazione certamente immatura, e ci ha trovati in mezzo al guado. Noi di Sinistra democratica, e solo qualche parte dei nostri alleati, eravamo convinti che la lista dovesse essere la prima pietra di un soggetto futuro, che contenesse un progetto. In campagna elettorale si è ripetuto più volte che la lista “non era un cartello elettorale”, e ovviamente si comunicava esattamente il contrario. Ci sono errori precedenti: il tempo è stato pochissimo, ma quello disponibile è stato malamente consumato. Dopo il congresso dei Ds, dopo il 5 maggio una nostra influenza elettorale esisteva. La nostra assemblea del 5 maggio fu accolta con interesse, ma anche con qualche grado di timore: m olti freni a mano tirati. A ottobre, quando il Pd indisse le primarie coinvolgendo 3 milioni e mezzo di persone, e quando anche noi avremmo dovuto lavorare alla costruzione di una forza politica, si è scelto di fare un corteo. A dicembre si è tenuta l’Assemblea alla Fiera di Roma, subito fermata da reciproci sospetti relativi alla riforma della legge elettorale, rimasti fino alla caduta del governo. Ci sono stati altri errori. La campagna elettorale è cominciata con una sorta di accordo tra la sinistra e il Pd: ognuno occupa uno spazio senza farsi del male, il Pd quello di governo, la sinistra quello dell’opposizione Una simmetria figlia di una simmetrica idea: sinistra moderata di governo, sinistra radicale di opposizione, per loro stessa natura. Idea sbagliatissima. La coesistenza fra queste idee produce un solo esito: la destra. Come è evidentemente avvenuto. Noi chiedemmo assolutamente l’incontro al loft con il Pd, per metterlo con le spalle al muro. Naturalmente dopo quell’incontro bisognava poi a denti sfoderati evidenziare che la volontà di rottura non era nostra, sarebbe stato un tema forte di campagna elettorale. No, ecco la “separazione consensuale”. Confesso che mi ero un po’ illuso che si potesse fare di necessità virtù, e cioè che la costrizione determinata dal precipitare della crisi di governo potesse aiutarci nel percorso di unità. Illusione, appunto. Il Pdci per esempio invece che la campagna elettorale ha fatto la campagna per il tesseramento! lLa convinzione degli altri era decisamente più scarsa . Ora, non bisogna trascurare il dato della delusione per il governo, che a sinistra è stata certamente cocente. In Parlamento e in Consiglio dei ministri abbiamo un po’ abbaiato alla luna, cercando di correggere il governo. Alla fine c’è stata una convergenza degli arrabbiati perché non si è riusciti a prendere la luna con gli arrabbiati perché si è abbaiato. Il problema è che il programma dell’Unione è stato subito abbandonato, dopo le elezioni del 2006. Se in Italia avesse votato solo Almunia si faceva il pieno di voti… Io non sottovaluto affatto l’importanza di risanare i conti pubblici. Il problema è che bisogna parlare anche al Paese, affrontando le questioni più urgenti come i salari, le pensioni, la scuola, la ricerca, cioè i grandi temi che stanno a cuore all’elettorato di sinistra. Stando al governo abbiamo provato a fare qualcosa, ma la sinistra era notevolmente sotto rappresentata. Potevamo fare di più, fino all’uscita dal governo? E politicamente, avremmo potuto fare qualcosa di diverso? Quali alternative c’erano? Fare la sinistra Ds (scelta che si poteva fare al congresso, oppure alle primarie come hanno fatto Vita ed altri, oppure alla vigilia delle elezioni come hanno fatto Nerozzi ad altri)? In passato è stato molto importante aver costruito la sinistra dei Ds, credo che siamo riusciti ad esercitare una influenza forte, basti pensare alla vicenda dell’Iraq . Credo però poco a partiti che sono al tempo stesso di natura plebiscitaria, in cui il capo viene eletto direttamente dal popolo, al cui interno vivano correnti che non siano orientate al potere. Io non sono affatto pentito di avere escluso quella ipotesi: è una strada che allo stato dei fatti considero preclusa. Si poteva partecipare alla “Costituente socialista”? Mi pare che il risultato elettorale non sia brillantissimo, e vedo che questi compagni, con cui bisogna mantenere una interlocuzione, vanno ad un congresso con il partito allo 0,8% e 4 mozioni, a riprova che la teoria economica marginalista vale soprattutto per la politica: tanto meno è il potere che distribuisci, tanto più importante è controllare il potere che resta. Si poteva andare alle elezioni da soli, prendendo atto che le condizioni per l’unità erano immature? Abbiamo scelto una strada che per il momento si è dimostrata impervia, ma forse invece è potenzialmente ragionevole e fertile. La strada su cui dovremo provare ancora a muoverci è quella di una sinistra unita nella prospettiva della costruzione di un nuovo centro sinistra. La posizione che vi propongo è di continuare a muoverci, rafforzando anche noi stessi, sulla linea di unire e rinnovare la sinistra, la linea di una costituente della sinistra. Sapendo bene che non vale più, se mai è valso qualcosa, l’antico slogan pas d’ennemi à gauche. Una costituente della sinistra intanto con chi ci sta, per dare vita ad una forza politica della sinistra, popolare e di massa, che si pone nella prospettiva di governo, che dunque è capace di affrontare il tema delle alleanze. Per ora il colpo ha provocato essenzialmente confusione, I Verdi non è ancora chiaro la strada che prenderanno. Il Pdci propone una “costituente comunista”: auguri… Dentro Rifondazione comunista si è aperta una lotta durissima, e noi siamo interessati ad un esito positivo di quello scontro. Paolo Ferrero ha concesso una intervista in cui dice “né costituente comunista, né costituente della sinistra”. Suppongo che non si proponga la semplice annessione di tutti a Rifondazione. Troverei anche deludente una ipotesi semplicemente federativa. Sostanzialmente la lista La Sinistra l’Arcobaleno era la rappresentazione di una federazione. Questa ipotesi non è espansiva. Noi dobbiamo provare a creare una convergenza politica vera, agendo dall’alto e dal basso. ul territorio ci sono numerosi fenomeni altamente interessanti, processi aggregativi di tipo nuovo, di costruzione di “case della sinistra”. Gente che comincia a ragionare insieme. L’obiettivo è quello di processi unitari a sinistra che influiscano anche sulla dialettica aperta nel Pd. Non possiamo rinunciare a fare politica per spostare l’insieme delle forze del centro sinistra. Se questa è una strategia che può essere condivisa noi dobbiamo stare in campo con la nostra proposta, sapendo che la politica non è fatta solo di appuntamenti elettorali. I quali sono comunque importanti. Il prossimo anno ci sono le europee e un giro grosso di elezioni amministrative. Dobbiamo dunque preparare quegli appuntamenti. Alle europee, noi che siamo parte del Socialismo europeo, potremmo provare a costruire una lista che si ponga come ponte tra il socialismo europeo e la sinistra europea. Non so se ce ne saranno le condizioni ma bisogna provarci. Abbiamo bisogno di dare più forza al nostro movimento e di rinnovarlo. Intanto, vi dico che il coordinatore e la presidenza si presentano dimissionari. Per quanto mi riguarda ci sono anche “ “ragioni tecniche”. In campagna elettore ho commesso già qualche imprudenza, ma volevo comunque marcare una presenza. Ora devo prendermi qualche cautela. Il tempo necessario per stabilizzare la mia situazione fisica. Per un certo periodo mi sarà impossibile fare la vita di prima, piuttosto senza respiro. Ovviamente non ho nessuna intenzione di ritirarmi a vita privata, voglio continuare a stare in campo e dare il mio contributo alla battaglia comune. Ma le dimissioni mie e quelle della presidenza ci sarebbero state comunque, per ragioni politiche. I più anziani di noi vengono da una storia di estenuanti battaglie: non dico affatto che siano state sbagliate, vedo bene però che abbiamo subito molte sconfitte. Abbiamo tentato di evitare ai Ds di prendere quella china, e non ci siamo riusciti. Abbiamo provato ad aggregare a sinistra in modo da cogliere un successo su cui costruire un progetto, ed è stato un insuccesso. Non sono pentito delle cose fatte, credo che abbiamo detto e fatto cose che lasceranno una traccia e su cui anche nell’immediato futuro si può costruire qualcosa di importante. Però per alcuni di noi c’è un indubbio logoramento. Sinistra democratica dispone di forze nuove, nei territori e nazionalmente, forze che hanno mostrato tenuta, tempra, personalità. Io penso che dobbiamo rinnovare la vita del nostro movimento, alzarne la qualità democratica e rinnovare la prima linea. Per questa ragione la proposta è di organizzare nelle prossime settimane un processo autenticamente partecipato, che porti nel primo fine settimana di luglio alla prima Assemblea nazionale di Sinistra Democratica. Propongo -per non intrigarci per un messe e mezzo nella nomina di nuovo organismi- di deliberare che il direttivo e la presidenza dimissionaria guidino il movimento fino all’assemblea. Vi propongo, infine, di votare una carica e di condividerne un'altra (condividere, perché lo Statuto in vigore dice che spetta all’Assemblea dei soci fondatori nominare il tesoriere). Non ci sono grandi tesori, quel poco e tanto che c’è va gestito, non può farlo il compagno Galardi per ragioni di incompatibilità, e lo ringrazio e lo saluto per lo scrupolo con cui ha svolto il suo compito. Vi chiedo di ringraziare per la disponibilità il compagno Marco Fredda. Infine, siccome abbiamo bisogno di una guida forte, non possiamo restare allo stato gassoso, vi propongo che qui si discuta e si voti il nuovo coordinatore. A nome del direttivo vi propongo il compagno Claudio Fava. Claudio ha una storia personale di grande valore e significato, viene dalla Sicilia, è stato sempre impegnato nel movimento contro la mafia, è un dirigente della sinistra conosciuto in tutta Italia, è un parlamentare europeo che si è fatto grandemente apprezzare in tutti i banchi di tutti gli schieramenti del Parlamento europeo. Ho portato al Direttivo di ieri una traccia di documento. La mia proposta è che sulla base della discussione che qui si svolgerà quel documento venga rivisto e nel giro di pochi giorni messo sul sito, che ci sia una settimana per osservazioni ed emendamenti, e poi quello diventi la base su cui si discute nelle nostre assemblee provinciali. Penso che abbiamo energie da spendere per la sinistra.